7.11.05

Parigi brucia (Paris's burning ta-ra-ttarà-tta-ta)

Ho chiesto a due amiche, entrambe parigine di adozione (non senza traumi), di essere le mie corrispondenti dal grande falò con boy-scout più o meno islamici [ma non è l'islam il denominatore comune] che è diventata la Francia. Per l'intanto mi ha risposto B. Ricevo, e volentieri pubblico.
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Amici raccontano di aver imboccato l'autostrada tra due mura di fuoco schivando ragazzini che attraversavano le corsie a perdifiato in fuga dalla polizia. Ma a Parigi, quella che per i turisti, per me, per il mondo fuori è Parigi, e che in realtà non è che il centro della sua storia, non arriva neanche l'odore del fumo. Perché?

Per lo stesso motivo per cui i giovani immigrati di seconda generazione stanno compiendo il loro rituale d'iniziazione incendiando macchine e tirando sassi: perché il pur enorme cuore di parigi non è un centro di gravità sufficientemente forte per sostenere le sue emanazioni periferiche. E allora semplicemente le dimentica, come la classe dirigente per una trentina, buona trentina d'anni. Ovvero sia da quando hanno cominciato improvvisamente ad invecchiare questi satelliti improvvisati per far fronte all'immediata necessità di alloggi per i reduci, i rifugiati, i redivivi, i fuggitivi dell'implosione dello slancio espansionistico francese, che per secoli aveva pompato verso l'esterno, ed ora cominciava a dover rifluire come un grande risucchio (che oggi torna a connotarsi espansivamente, ma in tutt'altro senso). Esplode la periferia del centro dell'impero, esplode il centro della periferia dell'impero. Cercano rituali iniziatici coloro che non appartengono più né all'uno né all'altra e per una volta, giunti sulla soglia della maturità (e del diritto di voto, cazzo) vogliono farsi percepire dal resto del mondo. Dall'opinione pubblica, dal governo di ballerine acidamente borghesi che li dovrebbe rappresentare, da loro padre che chissà dov'è, dalla mamma che ancora si piega a dare incessantemente l'aspirapolvere a casa di chissà chi, o che non sa nemmeno una parola di francese ruminando pannocchie da mane a sera, lo guardo perso oltremare; da tutti quegli stronzi che vivono nello loro stessa cité, unica scala di agglomerazione in grado di accoglierli, e dunque unica 'istituzione' con cui si identificano, odiandola a morte..Che bruci tutto, brucino soprattutto le macchine di quelli che ci vivono in cité e la macchina ce l'hanno, e gli basta, gli basta innanzitutto per scappare alla banda che ha promesso un bel pestaggio, o alla noia di chi proprio non ha nulla..da fare.

Io, temo si sia capito, sto con gli incazzati. Di macchine ne hanno bruciate a migliaia, ma come chiamare a sé le telecamere, unico vero suffragio non-universale (unico modo di esistere per le loro esistenze di ombre del passato e spettri del futuro)? Come rispondere a chi dall'alto del suo ministero li liquida come marmaglia (ma la parola è più forte in francese) dopo non aver ascoltato per anni il fior fiore della sua gioventù bene (Henri IV-NormaleSup-Agreg..) che, mandata a farsi le ossa a insegnare in banlieu, aveva urlato soccorso in vano in primo luogo per essere difesa dai pestaggi, in secondo per tentare di far capire che l'impeccabile sistema sociale francese lì stava cominciando à faire faillite?

Nei giorni in cui cominciava a incendiarsi la periferia usciva nelle sale il magnifico Les amants réguliers, splendida cronaca simbolica delle fiamme del '68, vero topos identitario della attuale società parigina e dunque luogo comune tanto abusato quanto fondativo di una maniera d'essere (qui si sono risparmiati gli anni di piombo..). Les amants réguliers, esce però dagli schemi dell'apologia (qualcuno ha visto Berolucci?? My god..) del maggio formidabile sesso libero e un monte di canne. Al centro del girato (perché narrazione non ce n'è, e tagli a quanto pare neanche, o quasi) due artisti (certo) devoti alla loro arte e al fumo d'oppio (oltre che l'un l'altro). In una scena in particolare, uno dei tanti non-protagonisti torna a casa da una notte di barricate: mattino, la mamma pulisce. Lui si butta su una poltrona visibilmente affranto: 'La questione ora è: Si può fare la rivoluzione per il proletariato malgrado il proletariato?' E si capisce che lì qualcosa si è perso, mantre la mamma continua a pulire casa e mette al letto il figlio guerrigliero raccogliendone le scarpe da ginnastica..Ecco, a parigi tornano a bruciare le macchine, ma non si tirano più i pavé delle strade del centro. La rivoluzione è sempre affare di ragazzini, di rabbia e di illusione. Ma forse qui si è mosso qualcosa che era rimasto in sospeso, e se la guerra d'Algeria aveva coeso le coscienza di quelli che pochi anni dopo avrebbero portato lo scontro a parigi, l'eredità della fagocitazione del mondo d'oltremare, e forse il rimosso di quel sussulto del '68, tornano alla luce oggi in una stagione che, come quella, in tutte le sue contraddizioni e faillite, si farà ricordare per quello che, insensibilmente, avràl asciato nelle coscienze di tutti coloro che, come allora, come la mamma con l'aspirapolvere in mano, se ne sono tenuti alla larga, ma hanno capito..

2 Comments:

Blogger marina ha scritto:

mi raccontava filippo che sono stati arrestati (anche) tre blogger francesi accusati di aver istigato ad attaccare polizziotti e commissariati via internet.

11:34 PM  
Blogger neri ha scritto:

Grandi! Blog-intifada! Vorrei vederli sti blog...

11:14 AM  

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