11.7.05

La parola a C.

Qualche sera fa C. è uscita per festeggiare un amico, ha avuto una brutta esperienza e me l'ha raccontata. Ho pensato valesse la pena raccontarla anche a voi, le ho chiesto di buttare giù due righe e questo è quello che mi ha scritto.
Grazie mille, C.

"Ci sono tante cose che d’estate si vedono meglio. Le crepe sui muri, le sfumature del verde, le imperfezioni della pelle. Anche gli odori si sentono di più. E anche i comportamenti umani sono più chiari. Uno dei miei parametri per decidere quanto mi piace un uomo è sempre stato l’estate: quanto resiste al caldo, quanto si stressa in spiaggia, quanto è sereno quando non c’è da fare nulla tranne rilassarsi.

Non sono dettagli.

Non ti capita d’inverno di andare alle due di notte in giro per Firenze perché non sai dove trovare un po’ d’aria. A meno che non ci sia qualche avvenimento particolare d’inverno non ci sono ragazzi di quartiere ai giardinetti a giocare a pallone a quell’ora.

Ma d’estate sì, e d’estate può capitare che anche io la mia amica e il suo fidanzato e un altro amico ci sentiamo un po’ reclusi in una cucina davanti alla birretta. Quindi ci è capitato di decidere di fare un giro e di sederci su una panchina vicino a casa, ed è capitato che quella stessa idea ce l’avessero anche questi quattro o cinque sedicenni (sedicenni? O centocinquantenni… non ho più la percezione corretta delle età delle persone…) che giocavano a pallone fra un tiro e l’altro delle loro sigarette e delle cannette. Posto squallidino, ma non importa. Si può star bene con poco specialmente se si è in compagnia e se a mezzanotte è il compleanno di uno di noi e abbiamo già preparato lo spumantino per brindare ai suoi ventun’ anni. E’ così contento. Parla della festa che sta organizzando per la sera dopo, delle vacanze estive, dell’ultima cosa pazzesca che gli è successa. E’ estate. Abbiamo bevuto e riso. Capita anche di parlare di sesso. Capita a tutti, ed è anche buffo a volte. Non conosco due persone che la pensano allo stesso modo su certi argomenti, perciò a volte è anche divertente il confronto. Il posto è deserto e non si dovrebbe urtare la sensibilità di nessuno, non ci sono bambini. Sì, forse alziamo un po’ la voce a un certo punto. A un certo punto ridiamo un po’ sguaiatamente.

Andrebbe tutto bene se gli uomini parlassero di quanto sono grosse quelle tette o quanto è tondo quel culo, e le donne.. non lo so cosa ci si aspetta che si raccontino le donne? Ma il dettaglio è che uno dei due ragazzi è gay, e quindi parla di quello che piace a lui, che non sono per niente tette e culi. [Oddio... magari le tette no. ndr.]

Non so se voglio raccontare che siamo andati via di corsa per proteggerlo dagli insulti, dai cori fascisti, dalla possibilità di prendersi anche qualche manata (nella migliore delle ipotesi?) di cinque ragazzotti palestrati e spaventati dalla diversità. Non so se riesco a non pensare che quando abbiamo chiamato i carabinieri per qualche motivo hanno attaccato prima di registrare la denuncia. Perché quello che mi rimane davvero addosso è la faccia di lui, tremante di rabbia e impotente con le lacrime agli occhi, che dice “va bene sono frocio e allora? Non posso prendere il fresco e chiacchierare con gli amici ai giardini? Non posso fare la spesa, muovermi come mi pare sculettare se voglio?”

Bella Firenze vero? Così democratica, così civile. La gente è di sinistra e ce l’ha con Berlusconi. Una regione politicamente corretta. Poi ti sposti un po’ dai bei discorsini sull’amore e la pace nel mondo e in un quartiere un po’ decentrato (ma nemmeno tanto poi) scopri che i meccanismi non sono mai cambiati. Tanti contro pochi, grossi contro piccoli,virtuosi contro sconvenienti.

Quello che mi rimane davvero addosso è la fuga. Il fatto che sono dovuta scappare quando avrei voluto urlare. Quello che mi rimane addosso è un impotenza vera. E la percezione di come deve essere difficile subire prepotenze verbali e forse anche non solo verbali da anni. Da sempre. Quello che mi fa incazzare è che non siamo riusciti a proteggerlo in nessun modo.

Ci penso e ci ripenso da una settimana. Cosa potevo fare? Forse non c’è molto da aggiungere. Ma mi ritorna a ondate questo brivido e l’unica cosa che so fare è scriverlo."




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